Come anticipato da Agensocial non c’è ragione di negare a Lovaglio ciò che è di Lovaglio. Il banchiere ha ricevuto oggi in assemblea riconoscimenti non di circostanza per il lavoro compiuto nel risanamento del Monte dei Paschi di Siena. Ma c’è una frase, pronunciata dallo stesso amministratore delegato, che racconta da sola il passaggio politico e industriale nel quale si colloca il dibattito sul cosiddetto terzo polo bancario.

Lovaglio ha spiegato che, dopo la bocciatura della fusione con Mediobanca, si torna al punto di partenza. Sarebbe forse più corretto osservare che si resta al punto di partenza.

Perché risanare una banca e darle un destino sono due attività diverse. La prima attiene alla capacità manageriale, la seconda alla visione industriale e politica del sistema-Paese. E se la prima può dirsi riuscita, la seconda appare ancora largamente incompiuta.

Il terzo polo non è un’invenzione dell’ultima ora. È un progetto evocato da anni, con l’ambizione di costruire un soggetto capace di affiancarsi ai due grandi gruppi del credito italiano, garantendo concorrenza, pluralità dei centri decisionali, sostegno alle imprese e ai territori, equilibrio nei rapporti con i grandi sistemi di potere finanziario.

Proprio per questo, il problema non è l’assedio al quale oggi il progetto sarebbe sottoposto.

Il problema è averlo presentato quando l’assedio era già in corso.

Un terzo polo nasce prima che arrivi la necessità di difenderlo. Nasce nella stagione della costruzione, non in quella della resistenza. Nasce quando può scegliere i propri alleati, non quando deve cercarli. Nasce quando può dichiarare apertamente quali interessi intende rappresentare, quali territori vuole sostenere, quali filiere industriali considera strategiche.

E qui appare la distanza tra il risanamento di una banca e la costruzione di un progetto nazionale.

Lovaglio ha certamente consegnato al Monte dei Paschi una struttura più solida. Ma non ha consegnato al sistema bancario italiano un terzo polo riconoscibile, autonomo e politicamente dotato di senso.

Il rischio è che oggi il territorio venga chiamato in causa come argomento di difesa, quando avrebbe dovuto essere il cuore del progetto fin dall’inizio. Perché il territorio non è una bandiera da sventolare quando arrivano le scalate: è la ragione stessa per cui una banca viene difesa.

E una banca pubblica non è indipendente per definizione. Deve conquistare la propria indipendenza costruendo consenso attorno a un progetto di qualità.

Altrimenti si finisce per chiedere alla politica di difendere un principio astratto: il pluralismo bancario.

Il pluralismo bancario è certamente un valore. Ma per essere difeso deve incarnarsi in soggetti forti, riconoscibili, capaci di esprimere una funzione economica e sociale precisa.

Oggi il Monte dei Paschi è una banca risanata. Ma il terzo polo resta, in larga parte, un titolo senza contenuti.

Lovaglio ha consumato il tempo nel quale il terzo polo avrebbe dovuto diventare un progetto credibile.

E quando il tempo viene consumato, si restringono le alternative.

Si arriva così al bivio: difendere la banca pubblica per ragioni di principio, oppure riconoscere che l’indipendenza non può essere una rendita garantita per decreto.

Una fusione non è necessariamente una resa. Può essere una scelta industriale.

Ma perché sia una scelta e non una necessità, occorre aver costruito prima una vera alternativa.

Questo è mancato.

Non una gestione ordinaria, non il risanamento dei conti: quella parte è stata svolta.

È mancata la costruzione tempestiva di un soggetto capace di rendere il terzo polo qualcosa di diverso da un’idea evocata quando la pressione del mercato rendeva sempre più difficile trasformarla in realtà.

Il governo dica se ritiene che l’Italia debba avere tre grandi poli bancari, quali funzioni debbano svolgere e quali interessi debbano rappresentare. Lo dica prima che il mercato decida al posto della politica.

Perché il pluralismo bancario non può essere difeso per inerzia.

Deve essere difeso spiegando che cosa vale, per chi vale e perché vale.

Lovaglio ha fatto ciò che un amministratore delegato è chiamato a fare: risanare.

Ma il terzo polo meritava qualcosa di più di una banca risanata.

Meritava una casa costruita mentre c’era ancora spazio per sceglierne le fondamenta.